IL GATTO

di Charles Baudelaire

Cari amici lettori, benvenuti al nostro appuntamento con la poesia.
Oggi abbiamo scelto di parlavi di “Il Gatto” di Charles Baudelaire.
Buona lettura!

a cura di Elisa Mazza

Il Gatto

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato;
trattieni le unghie della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi begli occhi striati
di metallo e d’agata.

Quando le dita indugiano ad accarezzare
la tua testa e il dorso elastico
e la mano s’inebria del piacere di palpare
il tuo corpo elettrico,

vedo la mia donna in spirito. Il suo sguardo
come il tuo, amabile bestia,
profondo e freddo, taglia e fende come un dardo,

e, dai piedi fino alla testa,
un’aria sottile, un minaccioso profumo
circolano attorno al suo corpo bruno.

Parafrasi della poesia Il Gatto

Vieni mio bel gatto e accoccolati sul mio petto ebbro d’amore, abbandonati ritraendo i tuoi artigli dalla zampa e lasciami fissare intensamente i tuoi begli occhi screziati di metallo e agata. Con la mano accarezzo il tuo corpo flessuoso, dalla testa fino alla schiena e sento il piacere scorrermi tra le dita, e toccare, sentire, la tua vitalità. Rivedo in te l’anima della mia compagna: il suo sguardo come il tuo, è fiero, profondo e freddo, sa ferire come una freccia. Sei totalmente avvolto da un aura sottile, un profumo minaccioso che mi intimidisce, e va ad espandersi attorno al tuo corpo scuro.

Commento alla poesia Il Gatto

Amici cari, eccomi pronta a svelare il mio punto debole (o forte?!), la mia passione e persino una parte della mia famiglia, a cui non potevo che dedicare questa suadente poesia: Il Gatto di Charles Baudelaire.
Nella foto qui sopra, languidamente abbandonato, potete vedere il mio leader di branco Vlad, orgoglioso gatto d’azione, micio occasionalmente dedito a bagni di sole fra una ronda e una caccia, ma soprattutto mio (Mio, Tutto Mio!) Amore appassionato da sei lunghi anni. Nonostante io sia Gattara da sempre, i felini e qualsiasi lor legata citazione letteraria, mi emozionano come la prima volta che decisi che per esser felice dovevo condividere la mia vita con almeno uno di loro… anche se poi diventarono tre o quattro bestioline alla volta.
C. Baudelaire credo abbia subito lo stesso mio fascino, questo magnetismo indescrivibile, come la sensazione che lascia il loro corpo caldo, vitale e incredibilmente morbido fra le dita. E non ho citato le fusa come patrimonio indiscusso dell’umanità: un suono talmente incantevole, rotondo, rilassante da rasentare appunto il magico. Ma il gatto, micio o felino, è solo una soffice palla di pelo? No lettori, il gatto è tutto personalità, carattere, volontà. Può fulminarti con uno sguardo, o morderti mentre è ancora intento a sedurti: diciamolo il binomio donna-gatto di Baudelaire è più che lecito. Una creatura fiera, libera ed estremamente bella come una piccola tigre la trovo combaciante con l’ideale femminile che ho in mente, spero siate d’accordo.
Ho trovato nella poesia Il Gatto un coinvolgimento sensoriale affettuoso, veritiero ed appagante in cui subentra un sottile strato di frustrazione o inquietudine: lo sguardo tagliente, il profumo minaccioso descritti negl’ultimi versi sembrano piccoli segnali di pericolo ad una possibilità non contemplata prima…
Forse il motivo ultimo è perché il gatto, come una donna, non sei tu che li possiedi ma sono loro a possedere te?!

Charles Baudelaire

(Parigi 1821-67) poeta francese.La vita Nacque da Caroline Archimbaut-Dufays e da Joseph-François B., capo degli uffici amministrativi del senato. Rimasta vedova nel 1827, la madre si risposò col tenente colonnello (poi generale) Jacques Aupick. Questo secondo matrimonio provocò in B. un trauma e un senso di carenza affettiva dei quali porterà le conseguenze per tutta la vita. Nel 1832, trasferito a Lione, Aupick iscrisse il figliastro come interno al Collegio reale della città. Quattro anni dopo, assegnato allo stato maggiore, Aupick tornò a Parigi con la famiglia e B. entrò nel liceo Louis-le-Grand, dove superò, nel 1839, gli esami di baccalaureato. Nel 1840 strinse amicizia con i poeti G. Le Vavasseur e E. Prarond e, affettando atteggiamenti da dandy, iniziò un’esistenza libera e sregolata. È di quel periodo la sua relazione con Sarah, detta Louchette, una prostituta del quartiere latino. Aupick, preoccupato della condotta del figliastro, lo convinse a partire per un viaggio di alcuni mesi nelle Indie. B. si fece sbarcare sull’isola Maurizio, poi passò all’isola Bourbon e da lì fece ritorno a Parigi. Divenuto ormai maggiorenne (1842) ed entrato in possesso dell’eredità paterna, si stabilì in un appartamento sull’Ile Saint-Louis. Risalgono a questi anni l’amore per l’attrice mulatta Jeanne Duval, l’assidua frequentazione del club dei fumatori di hashish, l’interesse teorico e pratico per l’uso dell’alcool e delle droghe, i debiti presso gli strozzini, con i quali ebbero inizio per B. le preoccupazioni economiche che dovevano ossessionarlo per tutta la vita. La madre, spaventata dalle sue stravaganze, iniziò, con l’appoggio dei familiari, un procedimento d’interdizione; il 21 settembre 1844 il tribunale accolse le sue richieste e nominò come tutore di B. il notaio Ancelle.La nuova situazione portò a una temporanea riconciliazione di B. con la famiglia; ma nel 1845 vi fu un’altra rottura, durante la quale B. manifestò propositi suicidi. Nel febbraio e nel giugno del 1848 fu accanto agli insorti sulle barricate; nel 1849 conobbe il pittore Courbet e ne divenne amico. Del 1847 è la relazione con l’attrice Marie Daubrun; seguì, qualche anno più tardi, il legame con Madame Sabatier, affascinante personaggio del demi-monde intellettuale; a lei B. resterà unito, anche dopo la rottura sentimentale avvenuta nel 1857, da una sincera amicizia. Il 4 febbraio 1857, B. consegnò all’editore Poulet-Malassis il manoscritto de I fiori del male per la prima pubblicazione della raccolta, comprendente allora 100 poesie suddivise in 5 sezioni. (Nella seconda e definitiva edizione del 1861 si aggiungeranno 35 nuove poesie, e le sezioni diventeranno 6). Il volume fu messo in vendita il 25 giugno e venne sequestrato dopo pochi giorni. Il 20 agosto si celebrò a Parigi il processo penale contro l’autore e l’editore, accusati di pubblicazione oscena. Pubblico ministero era Ernest Pinard, lo stesso che qualche mese prima aveva pronunciato la requisitoria contro Madame Bovary di Flaubert. B. e Poulet-Malassis furono condannati a pene pecuniarie e alla soppressione di sei poesie. Negli appunti consegnati al suo avvocato per la difesa, B. aveva scritto: «Il libro dev’essere giudicato nel suo insieme: solo così si può coglierne la terribile moralità». Il 30 agosto V. Hugo gli scrisse: «I vostri Fiori del male risplendono e abbagliano come stelle…».Nel 1864, dopo inutili tentativi di farsi ammettere all’Académie française, amareggiato per il fallimento del suo editore (1862), stanco dell’incomprensione e della diffidenza dei suoi connazionali, indebolito nel fisico, prostrato nel morale, B. decise di lasciare Parigi per Bruxelles. Ma ben presto si rese conto che il Belgio non era che una «caricatura» della Francia borghese. Nel 1865, la salute dello scrittore subì i primi duri attacchi; il 15 marzo 1866, mentre visitava la chiesa di Saint-Loup a Namur, B. fu colpito da un attacco di paralisi con gravi sintomi di afasia. Ricoverato in un ospedale di Bruxelles, il 2 luglio fu fatto trasportare da sua madre a Parigi, in una clinica di rue du Dôme. Il 31 agosto 1867, dopo una lunga agonia, B., che non aveva ricuperato la parola, ma aveva conservato intatte le facoltà intellettive, morì tra le braccia della madre. Fu sepolto nel cimitero di Montparnasse, accanto alla tomba del patrigno, che il poeta, da vivo, aveva sempre detestato.«I fiori del male» La prima poesia pubblicata da B. con la sua firma, A une dame créole, apparve il 25 maggio 1845 sulla rivista «L’Artiste». In quel momento, secondo la testimonianza di Prarond, gran parte delle poesie che verranno poi raccolte ne I fiori del male (Les fleurs du mal, 1857) era già stata composta. Nello stesso anno, 1845, uscì anche l’articolo sul Salon di pittura, primo saggio di critica estetica di B. In un articolo successivo, dedicato al Salon del 1846, B. stroncò la pittura dell’accademico Horace Vernet ed esaltò quella di Delacroix. L’anno dopo apparve su una rivista La Fanfarlo, breve e intensissima prosa lirico-autobiografica. Nel 1851 B. pubblicò il saggio Sul vino e sull’hashish (Du vin et du haschisch), che farà parte, con altri scritti d’argomento analogo, del volume I paradisi artificiali (Les paradis artificiels, 1861); nel 1852, sulla «Revue de Paris», un lungo studio sulla vita e le opere dello scrittore americano E.A. Poe. Nella «Revue des Deux Mondes» del 1° giugno 1855 uscirono 18 poesie di B. con il titolo (che compare per la prima volta) I fiori del male. Dello stesso anno è la pubblicazione di alcuni poemetti in prosa. Nel 1856 uscì la traduzione dei Racconti straordinari di Poe; nel 1858, sulla «Revue française», con il titolo Genesi di un poema (Genèse d’un poème), la traduzione della Filosofia della composizione di Poe; è la prima enunciazione teorica della «poesia pura», alla quale si rifaranno, dopo B., Mallarmé e la sua scuola. Nel 1861 fu pubblicata la seconda edizione de I fiori del male. Sono di questo periodo alcune delle lettere più tenere e disperate scritte da B. alla madre. Durante il soggiorno del poeta a Bruxelles, apparvero, a varie riprese, i poemetti in prosa di Lo spleen di Parigi (Le spleen de Paris) e furono pubblicati in Belgio I relitti (Les épaves), «poesie per la maggior parte condannate o inedite che il signor Charles Baudelaire non ha ritenuto di inserire nell’edizione definitiva de I fiori del male». Molti degli scritti di B. erano, alla sua morte, inediti o pubblicati esclusivamente su riviste; la prima edizione complessiva, anche se molto lacunosa, delle sue opere apparve, in 4 volumi, dopo la sua morte, nel 1868-69. In quegli anni videro la luce, tra l’altro, le Curiosità estetiche (Curiosités esthétiques), mentre i Diari intimi (Journaux intimes) vennero pubblicati solo nel 1909.L’arte di Baudelaire e la nascita della «poesia pura» Per convenzione critica ormai pressoché unanime, l’arte di B. è all’origine di ciò che comunemente o prevalentemente intendiamo per «poesia moderna». B. «è in qualche modo», per usare le parole di M. Butor, «il perno attorno a cui la poesia ruota per diventare moderna». In tale giudizio, tuttavia, coesistono o possono coesistere due punti di vista assai diversi. In effetti, l’arte di B. è fra le più difficili da racchiudere in formule, e questo non perché sia sfuggente, ma perché è varia e complessa. B. non è stato solo un grande poeta, ma anche un grande critico e un grande studioso di problemi estetici, forse il più geniale del suo tempo. Come tale, oltre che con la sua attività creativa, in particolare con la perfezione musicale del suo stile e con l’esattezza (che egli stesso amava definire «matematica») delle metafore, egli ha contribuito all’elaborazione di quel concetto di «poesia pura» che aprì la strada al simbolismo, al post-simbolismo, allo «sperimentalismo» di Mallarmé, movimenti che costituiscono una sorta di ponte fra la poesia romantica e la poesia del nostro secolo.B. ha insistito molto sull’importanza del ruolo dell’intelligenza nella creazione artistica, opponendosi all’ideale romantico dell’inconsapevolezza del genio. Accogliendo e sviluppando alcune suggestioni teoriche di Poe, da lui studiato e tradotto, B. giunse a formulare un concetto di enorme portata critico-storica: il concetto di «specificità» della poesia. B. fu il primo a definire, in teoria e in pratica, la poesia separandola da tutti gli altri campi con i quali, fino ad allora, la si era confusa: eloquenza, moralità, filosofia, psicologismo, storia. «I fiori del male» – ha scritto P. Valéry – «non contengono né poemi né leggende, né altro che abbia a che fare con una forma di racconto. Non vi è alcuna tirata filosofica. La politica è del tutto assente. Le descrizioni, rare, sono sempre dense di significato. Tutto, invece, è incanto, musica, sensualità astratta e potente». Per B., tuttavia, la specificità della poesia non va ricercata, né egli la ricercò, esclusivamente nel campo del linguaggio, come faranno in seguito Mallarmé e lo stesso Valéry; bensì in quello, ben più vasto e comprensivo, dell’immaginazione. «Solo l’immaginazione», egli scrisse, «contiene la poesia». Che cos’è per B. l’immaginazione? Non è come per i romantici, una forza istintiva e selvaggia, destinata a far violenza alla natura. Per B., al contrario, l’immaginazione del poeta deve ordinare la natura, deve riunire in un’unica, armoniosa percezione intellettuale quell’universo che i nostri sensi percepiscono come incoerente e contraddittorio. «Io voglio illuminare le cose con il mio spirito e proiettarne il riflesso sugli altri spiriti». Il poeta è, insomma, il «traduttore», il «decifratore della analogia universale», colui che traduce, come suggeriscono I paradisi artificiali, i «geroglifici» del mondo e che coglie le «corrispondenze» della natura, i sottili, misteriosi legami attraverso i quali «i profumi, i colori e i suoni si rispondono».Ma B. non è solo il poeta delle «corrispondenze», il decifratore della segreta armonia dell’universo; e la portata innovativa della sua arte non si limita al pur fondamentale impulso dato alla nozione e alla prassi della «poesia pura». La sua poesia, che si pone all’origine del simbolismo, è anche, in un certo senso, più «moderna» del simbolismo, per la sua capacità di cogliere e raffigurare i più segreti moti della sensibilità e della coscienza, per la sua adesione, non solo intellettuale ma, per così dire, fisiologica, a ogni forma di vita (compresi il vizio, la malattia e la morte) e, infine, per la potente naturalezza con cui ha saputo includere in sé, rendendole oggetto di poesia, le nuove dimensioni di realtà aperte dalla rivoluzione borghese e industriale: la realtà urbana, per esempio, di cui B. è stato (si pensi soprattutto alla sezione de I fiori del male intitolata Quadri parigini, Tableaux parisiens) il primo e il più grande interprete in poesia. Insieme all’osservazione complice e ardente della vita in ogni sua forma, dalla più pura alla più perversa, ciò che non ha mai smesso di attirare B., di ferirlo, di colmarlo di sofferenza e di voluttà, è stato lo spettacolo intimo e crudele della propria angoscia, della propria solitudine, del proprio immenso e immensamente insoddisfatto bisogno d’amore. La noia, lo spleen, termini che ricorrono con tanta frequenza nelle pagine di B., non sono atteggiamenti snobistici o estetizzanti, ma simboli esatti e spaventosamente sinceri della condizione esistenziale di un uomo profondamente attaccato alla vita, dotato di una sensualità aperta e dolorosa, che tuttavia non ha potuto né voluto sottrarsi alla certezza di essere un escluso, un disadattato, un oggetto di incomprensione e di scherno. È centrale in questo senso, nella sua opera, la tensione tra spleen e idéal, cupa vertigine esistenziale e anelito religioso e contemplativo, senso amaro della solitudine dell’artista e attrattiva ammaliante del «viaggio»: una tematica contraddittoria che percorre non solo la produzione poetica, ma anche gli scritti autobiografici e le rimanenti opere in prosa: da quel settore delle Curiosità estetiche che sotto il titolo Il pittore della vita moderna (Le peintre de la vie moderne) definisce alcuni aspetti centrali della situazione dell’individuo nella società, a quel gioiello di prosa poetica che sono i Poemetti in prosa (Petits poèmes en prose) che compongono Lo spleen di Parigi, opera profondamente innovatrice, autentico modello di un nuovo genere letterario.